UN’ESPERIENZA PARTICOLARE TRA LE SUORE DELLA CARITA’

Quando ho deciso di dare una mano ai giovani della parrocchia per l’allestimento del musical “Teresa la matita di Dio”credevo di donare una parte del mio tempo e della mia modesta competenza, in realtà ho ricevuto molto più di quello che ho donato! Prima di tutto ho respirato tanta  allegria, voglia di fare, entusiasmo; ho inoltre appreso numerose notizie su questa piccola straordinaria donna albanese, ma sicuramente l’esperienza più significativa l’ho vissuta recandomi alla casa della carità di Baggio. E’ una visita che consiglio a tutti! Il mio scopo era quello di vedere come si indossava il sari bianco e blu, quello che ho portato a casa da quella visita è un grande senso di pace e di serenità, un’immensa voglia di fare qualche cosa di più e una buone dose di ottimismo!

Via delle Forze Armate, sabato pomeriggio¸ nel cuore del quartiere di Baggio, una zona popolare della metropoli milanese. A due passi dalla chiesa della Madonna della Carità. Una struttura moderna, semplice, degli anni ’50, che si confonde nel grigiore dei palazzi che la circondano. Un quartiere - dormitorio come ce ne sono tanti a Milano. C’è un alto muro interrotto da un portone. E una targa che recita: suore missionarie della Carità. Si affaccia sulla strada con discrezione, grigia su grigio. Quasi invisibile. Ma la gente sa che c’è. All’interno, di fronte all’ingresso, in un angolo, la Madonna di Lourdes nella grotta, accoglie i visitatori che si riversano in un piccolo cortile,le suore passano rapide, in silenzio, avvolte nei loro sari di cotone bianchi e blu, ai piedi sandali aperti. Gli occhi bassi. La loro presenza è discreta e serena. All’interno ci sono ad aspettarle le piccole cose concrete di ogni giorno: le pulizie, la preparazione dei pasti, il bucato. Le faccende che sbrigano in casa le massaie. Moltiplicate per tante, tantissime persone. La loro infatti è una casa speciale, sempre aperta. Le suore offrono alloggio a  ragazze madri e donne vittime della tratta, distrutte dalla violenza, offrono loro un primo rifugio, un trampolino per tuffarsi di nuovo, in modo diverso, nella vita.

In un ripostiglio dietro una porticina di legno ci sono i grembiuli dei volontari, attrezzi da giardinaggio, guanti. Una sessantina di persone si alternano durante la settimana nella comunità per collaborare alle attività quotidiane.

Il pomeriggio è dedicato infatti interamente al compito più impegnativo della giornata: preparare un pasto caldo per i poveri che affollano la mensa gestita dalle missionarie della carità ogni sera, dai cento ai centocinquanta «Il loro numero – osserva suor Prazda – oscilla a seconda delle serate e del clima. Quando piove c’è molta più gente. . Sono tutti uomini. Per la legge non esistono, non hanno tessere di accesso ad altre mense per i poveri, sono negletti, rifiutati da tutti. Ma non dalle suore.

La cucina è un locale grande e luminoso. Al centro ci sono i fornelli. Tutt’intorno due ampi lavandini, tavoli, armadietti.I volontari prendono naturalmente il loro posto senza troppi convenevoli, senza che nessuno dica loro che cosa devono fare. C’è lavoro per tutti, ma tu non ti senti un’estranea; una ragazza saluta mio cugino ed io penso che si conoscano da tempo, ma non è così, scopro più tardi che si erano incontrati solo lo scorso sabato quando lui era entrato per chiedere se le suore potevano farmi vedere come si indossava il loro sari: la stessa ragazza si rivolge a me:«Sei nuova? Come ti chiami? Vieni, ci sono un po’ di uova sode da sbucciare». Ognuno ha il suo compito: ci sono quattro casse di sardine da pulire, la superiora mi spiega che un commerciante  porta, ogni sabato quello che avanza alla chiusura del mercato rionale. Loro accettano tutto, non chiedono nulla.

Suor Prazda mi fa visitare anche il salone dove  altri volontari stanno intrattenendo alcuni piccoli ospiti con le loro madri; un bimbo le corre incontro mostrando un biscotto, lei lo abbraccia, una ragazza si rivolge a lei chiamandola sister; mi spiega che tra loro parlano e pregano in inglese poiché questa era la volontà di Madre Teresa: le suore della carità hanno ormai sedi in ogni parte del mondo e si spostano continuamente, è necessario quindi parlare un’unica lingua.

Terminato il giro del convento ci rechiamo in una stanzetta semplice, ma ordinata e, da un cassetto, suor Prazda estrae con religiosa devozione un sari; mi aiuta ad indossarlo e, mentre avvolge con movimenti sicuri e precisi i sei metri di stoffa sul mio corpo, mi spiega tutta la simbologia che quel semplice tessuto fabbricato dai lebbrosi di Calcutta racchiude.

Prima del sari le suore indossano una tunica bianca con il colletto simile a quello delle tuniche dei sacerdoti; come infatti i sacerdoti nell’eucarestia toccano il corpo di Cristo, così loro toccano il corpo di Cristo curando e accudendo i malati, i poveri e i bisognosi. Sopra indossano il sari bianco bordato di blu che avvolge il capo e la maggior parte dell’abito. Quando ci vestiamo, spiega Madre Prazda, dobbiamo renderci conto del significato di ognuno dei capi del nostro vestiario.

Il blu rappresenta il colore della Madonna, le tre strisce la trinità e i quattro voti: le due strisce più piccole simboleggiano la povertà e l’obbedienza, la castità e il servizio ai poveri sono la striscia più grande perché, come spiega Madre Teresa, il frutto della castità è il servizio reso di tutto cuore ai più poveri dei poveri. I quattro spilli che reggono il sari servono a ricordare i quattro voti, mentre il crocifisso appuntato sulla spalla sinistra sta a rammentare che Gesù sulla croce è il padrone assoluto dei loro cuori, così come le donne bengalesi, una volta maritate, sono le padrone della casa e appendono su quella spalla le chiavi della loro alcova. Suor Prazda mi spiega infatti che ci sono tanti modi per indossare il sari, quello scelto da Madre  Teresa è il sari bengalese.

Dopo alcune dimostrazioni paziente della sorella divento discretamente abile, ringrazio e mi scuso perché ho rubato tempo prezioso a Prazda distogliendola dal suo lavoro, lei risponde che è felice che qualcuno porti il messaggio della Madre in giro per i teatri, poi spontaneamente ci rechiamo nella Cappella per pregare un po’ di fronte ad una piccola reliquia che tutte le case dell’ordine hanno; Suor Prazda si toglie le scarpe e mi spiega che così faceva Teresa in segno di grande rispetto verso nostro Signore, mi dice che io posso evitare, ma non mi sembra bello per cui anch’io tolgo gli stivali e insieme preghiamo per alcuni minuti. Penso di non aver mai pregato con tanta devozione!

E’ arrivato il momento di salutarci, un po’ a malincuore lascio quell’oasi di pace mentre arrivano i primi ospiti che la suora saluta calorosamente … è arrivata l’ora della cena…

Sandra

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 21 Aprile 2010 22:42)