COSA CERCHIAMO DI FARE (ANCHE PER VOI GENITORI)

Dal convegno nazionale di pastorale giovanile dello scorso novembre 2011, sono scaturite alcune prospettive che il Servizio nazionale di pastorale giovanile ha rilasciato per i prossimi anni. Anzitutto, si è ribadito che "la strada del crescere insieme" è l'unica strada percorribile per rispondere al comandamento dell'amore consegnatoci da Gesù e per condurre un'esi­stenza autenticamente umana. Dal convegno è emerso che "l'individualismo abita anche la comunità cristiana gene­rando una carenza di comu­nione", con la conseguenza che "una comunità divisa non testimonia l'amore, non an­nuncia, non evangelizza e quindi non educa le giovani generazioni". La comunione costruisce la comunità cri­stiana come una "casa acco­gliente" per i giovani: "in casa si respira un ambiente di fidu­cia, c'è posto per tutti, c'è ascolto, si esperimentano la fraternità, il dialogo, il per­dono".

Fare pastorale "giovanile". E' perciò importante che essi si mettano "in un atteggia­mento di coeducazione, cioè di disponibilità a crescere insieme, ad educarsi reci­procamente, ovviamente nel rispetto del fatto che gli adulti hanno esperienza di vita superiore".

Ma chi è l'educatore dei giovani? "L'educatore, ma anche il genitore, l'insegnante, il sacerdote non può pensa­re di assimilare il ragazzo, l'adolescente, il giovane ad una bottiglia vuota da riem­pire: egli è piuttosto una pian­ticella da aiutare a crescere, un fuoco di brace da alimen­tare affinchè diventi una grande fiamma".

L'educatore è, prima di tutto, "una persona che ascolta i desideri dei giovani": a lui spetta il compito di "costruire comunione, di essere attento ai singoli, di dare senso a quello che si sta facendo, di valorizzare le persone e le loro idee.

L'educatore non deve "so­stituirsi" al giovane, ma deve "incoraggiarlo, fare insieme a lui, dare speranza, aiutare a scoprire Gesù presente nella vita di ognuno": ad esempio, "è più facile comprare una pizza già fatta, ma è infinita­mente più bello ed educativo impastare, tirare la sfoglia, preparare, accendere il forno, cuocere...". I giovani da parte loro devono imparare "a pren­dersi delle responsabilità, ad esprimersi, a fare proposte, a mettere a frutto i propri talenti per il bene di tutti".

L'esperienza. Il luogo dove ordinariamente i giovani pos­sono "crescere insieme" e in­contrare Dio è la loro stessa esperienza di vita, cioè l'ami­cizia, l'amore, il rapporto con i genitori, con i coetanei, con i fratelli, il rapporto con se stessi, l'esperienza del silenzio, il rapporto con il creato, l'e­sperienza della bellezza, l'in­contro con chi soffre, il ser­vizio, il dono di sé, le espe­rienze di fede comunitarie e dell'eucaristia domenicale, dei ritiri e degli esercizi spirituali, dei grandi raduni giovanili. In ogni caso, le esperienze "van­no preparate, progettate, vis­sute e successivamente veri­ficate e approfondite, stu­diate". All'educatore spetta il compito di "dare quello slan­cio profetico e rassicurante che viene dalla fede e dal­l'esperienza dell'educatore stesso".

I giovani e i "fondamentali della fede". Dal momento che la vita dei giovani è movi­mentata e rapida, l'educazione dei giovani alla fede deve pas­sare attraverso i "fondamen­tali" della fede, che sono l'amore per Dio e l'amore per il prossimo.

Suggerimenti operativi. La

pastorale giovanile offre due prospettive "profetiche": i gio­vani sono chiamati prima di tutto "a donare freschezza, novita, semplicità, creatività, amore, pace, gioia, speranza alla comunità cristiana, par­rocchie e aggregazioni, e alla società intera". In secondo luogo, essi sono chiamati "ad a offrire, attraverso la propria testimonianza, il proprio servizio, il proprio annuncio, a tutti i propri coetanei, ascol­tando e raccontando, testi­moniando la gioia di essere discepoli di Gesù, annun­ciando che solo nel Signore c'è felicità piena".